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Massimo71 ha pubblicato su Lomb.it 1016 articoli tra il 18/07/2003 ed il 25/07/2014.

 
L'articolo
Questo articolo è stato scritto il 03/04/2006 e fa parte della sezione Viaggi e Vacanze.

 
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Dalla pubblicazione ad oggi, questa pagina ha ricevuto 4046 visite (1/g.) e 2 commenti.

 
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 Tyndaris


  Cenni storici

Al tempo delle lotte fra Siracusa e Cartagine (V secolo a.C.), per la supremazia sulla Sicilia e sui suoi mari, affluivano sulle coste ioniche dell’isola quei profughi Greci che crudelmente Sparta – vittoriosa su Atene dopo le sanguinose guerre fratricide – aveva con la forza espulsi dalla Grecia.

Quegli esuli, costretti ad abbandonare la terra natia e cercare in Sicilia una nuova patria, furono ben accolti da Dionisio di Siracusa nei suoi territori ponendoli sotto la sua protezione. Servendosi di loro, Dionisio riedificò Messana, l’odierna Messina, che era stata distrutta dai Cartaginesi.

Con l’esodo vennero dalla Grecia altri popoli, i Laconi, che Dionisio mandò oltre i monti di Messina per edificare una nuova città, onde assicurarsi nella zona settentrionale dell’isola una base militare sulla costa tirrenica per tenere sotto controllo l’area compresa tra le isole Eolie e Messina, ossia uno dei punti viari, e quindi economico-strategici, più nevralgici del mondo antico. Tindari nasce dunque come colonia militare di Siracusa.

Quei popoli giunti sul sito trovarono il luogo in felicissima posizione per il loro insediamento, che offriva un terrazzo proteso in mezzo al mare – ideale nella strategia di difesa dagli attacchi via mare – ed un entroterra feracissimo. E come informano gli storici antichi, erano in tremila con le loro donne e i loro averi; era gente piena di forca e coraggio, anelante a crearsi una nuova patria, edificare una città che fosse loro. Primi atti dei nuovi coloni, appena messo piede sulla terra di loro dimora, furono l’eleggere una divinità protettrice ed imporre un nome alla città da fondare. Questi audaci coloni Greci solevano chiamare i loro re Tindarii, nome con cui vollero chiamare la nuova patria: Tyndaris.

L’anno di nascita della nuova colonia siracusana risale, secondo gli storici, al 395 a.C. Da un agglomerato rupestre di capanne ben presto si trasformò – per l’aumento della popolazione (col conseguente sopraggiungere di altri coloni), ma soprattutto per l’operosità dei suoi abitanti – in una superba città che il suo piccolo e prezioso porto contribuiva rendere florida e ricca. Il timore di essere attaccati dai Cartaginesi fece sì che i tindaritani provvedessero a proteggere la loro città con una solida cinta muraria (una delle più imponenti e complete della Sicilia greca), al riparo della quale essi continuarono a vivere e prosperare per diversi anni. Tindari fu centro propulsore di civiltà con la sua struttura urbana, con la sua monetazione, con la sua cultura. Cospicui monumenti sorsero in questo periodo di pace durato oltre un quarto di secolo. In esso costruirono i templi degli dei, fra i quali quelli dedicati a Cibele e Mercurio, la cui famosa statua venne rapita dai Cartaginesi, col saccheggio dell’anno 264 a.C. Fu in questo periodo che la città cadde ai Cartaginesi, i quali s’adoperarono a spogliare la città di tutte le sue ricchezze.

Tale dominio durò sino al 260 a. C., quando Tindari accolse i Romani come liberatori e ad essi rimasero fedeli, anche durante le guerre puniche ricevendone protezione. Tindari divenne pertanto una delle cinque colonie della Sicilia. Cesare Ottaviano Augusto volle onorarla del suo nome conferendole il titolo di “Colonia Augusta Tyndaritanorum”, per essere rimasta a lui fedele all’epoca della guerra civile con Pompeo.

Sotto la dominazione romana, la città conobbe il periodo del suo massimo splendore. In esso s’accrebbe e s’abbellì. Sono opera di quei tempi fortunati i più belli e poderosi edifici pubblici e privati (dei quali rimangono interessanti avanzi nella zona archeologica di Tindari), fra cui la ricostruzione monumentale del teatro (originariamente greco) e poi la cosiddetta Basilica o Ginnasio, le ville e l’impianto urbanistico. Con la caduta dell’Impero Romano crollarono anche le fortune di Tindari.

Conquistata dai Bizantini nel 535 d. C., fu da questi dominata per circa tre secoli, sin quando non cadde, nel 836, nelle mani dei Musulmani.

Gli abitanti di Tindari in tanti secoli d’esistenza seppero sempre risollevarsi dalle sventure per le calamità d’ogni genere abbattutesi su di loro. Distruzioni, saccheggi, sfruttamenti, spogliazioni da parte degli invasori – compreso quel Verre Caio Licinio, protettore e predatore anche a Tindari – non stroncarono mai la loro tenacia, nemmeno quando l’ira cieca degli elementi, scatenatasi in una tremenda notte di distruzione, fece crollare in mare parte della città, rovinando uomini e cose. Essi seppero riprendersi, sin quando però non v’irruppero le orde saracene la cui sanguinosa ferocia nulla risparmiò, né uomini né cose, spargendo sul loro passaggio la distruzione e la morte. Con quest’immane e fatale flagello, calò sulla gloriosa e nobile civiltà tindaritana la "saracinesca "(vocabolo la cui origine – come da qualcuno attribuito – si deve appunto alla triste fama lasciata da quegli invasori chiamati Saraceni).

Le misere vestigia rimaste in piedi rappresenteranno per i posteri, nei millenni seguenti, solo pietre tombali dentro un cimitero di rovine, giacché il silenzio e la desolazione più assoluti hanno regnato sino a pochi decenni addietro sugli avanzi di quella che fu la nobilissima città, come la descrisse Cicerone “Nobilissima Civitas” dal glorioso nome di Tyndaris. E se oggi, dopo tanti secoli, si ripete ancora il nome di Tindari, ciò si deve soltanto alla presenza del secolare Santuario che custodisce la miracolosa effige della Madonna Nera, dispensatrice di grazie, che tanta moltitudine di pellegrini ha richiamato e richiama nel luogo. Trattasi del primo, antico e piccolo, Santuario eretto per accogliere la taumaturga statua bizantina in legno di una "Madonna col Bambino" giunta dall’oriente in epoca imprecisata e in circostanze che sanno di miracoloso. Santuario che la fervida devozione dei fedeli ha voluto (con volontari e sentiti contributi) sempre più famoso e imponente, sino all’attuale favolosa opera.

Scavi archeologici

Interessantissima è la zona archeologica, dove si trovano i resti, in discreto stato di conservazione, delle imponenti opere degli architetti greci e romani. Detti avanzi, essendo costituiti da blocchi di pietra arenaria (e quindi di nessun valore apparente), non sono stati oggetto di preda e pertanto abbondano sul luogo. Ma Tindari era un vero e proprio tesoro di pregevoli opere d’arte (colonne, capitelli e statue in marmo; oggetti ornamentali in ceramica; monili in argento ed oro, nonché monete) che lo stato di completo abbandono in cui il luogo rimase per secoli lasciava libertà di farne razzia a chiunque ne avesse voglia.

Gli scavi – iniziati sotto il patrocinio della Sovrintendenza alle Antichità nel 1838/39 e proseguiti nel 1960/64, ma soprattutto quelli recentissimi di qualche decennio addietro – hanno messo in luce imponenti resti dell’antica Tyndaris costituiti da mosaici, frammenti scultorei, statue d’età imperiale, ceramiche ed altro materiale, che sono custoditi nel museo locale; mentre altre sono conservate nel museo nazionale di Palermo.

Urbanistica

Il principale nucleo dell’abitato aveva una pianta regolarissima.

Forse tre grandi arterie parallele (decumani), di cui solo due accertate dallo scavo, larghe 8 metri, correvano per tutta la lunghezza del pianoro a differente quota, e strade più strette (cardini) – larghezza 3 metri – in ripida discesa le intersecavano perpendicolarmente ad intervalli regolari.

Sull’asse dei cardini correva un grandioso e perfetto sistema di fognature alle quali si accordavano le canalizzazioni provenienti dalle singole abitazioni.

Il decumano superiore doveva essere la strada principale; a monte di esso – appoggiato alla collina – era il teatro; all’altra estremità - attraverso un propileo monumentale – esso sboccava nell’agorà porticata, oltre la quale – nella zona più elevata (oggi occupata dal Santuario) doveva trovarsi l’acropoli.

Le mura di cinta

Tindari era provvista di una cinta muraria, che si appoggiava a due immani precipizi dai quali il nemico non poteva passare.

Le mura sono doppie essendo formate da due pareti dello stesso spessore (m. 0,70 l’una), e lo spazio interposto fra le facce interne di queste pareti è di circa m. 2,10. Pertanto l’intera opera murale forma una formidabile bastione largo m. 3,50, alto 6,85 e quest’altezza, col coronamento terminale, doveva raggiungere – e forse superare – i 7 metri. Opera dunque davvero colossale, degna degli architetti militari che Dionisio mandò alla colonia prediletta affinché la munissero in modo eccezionalmente forte.

Le mura inoltre dovevano essere coronate da merli e da grondaie a maschera leonina. A distanze diseguali – che dovevano però sorpassare i 100 metri – s’innalzavano le torri quadrate; una di queste misura internamente m. 6,5x5,15, ha muri larghi 0,43, lunghi 0,87, ed è visibile un tratto ben conservato della scala che dal pianterreno della torre portava alla sommità delle mura. Da questa torre lo sguardo delle vigili ronde spaziava su un tratto del territorio interno. A differenza di tutte le antiche città, Tindari aveva più di una porta oltre a quella principale, che era protetta da un invito a tenaglia semicircolare fiancheggiato da due grandi torri, a ridosso delle quali si aprivano piccole porte che, come quelle lungo le mura, consentivano ai difensori sortite sui fianchi degli assedianti.

Il sopraccennato spazio interno – fra le due pareti che formavano la muraglia – costituiva un camminamento nel quale stavano i soldati che dovevano respingere gli assalti nemici; era lastricato con acciottolato solidissimo del quale si scorgono ancora notevoli avanzi.

L’intera cerchia muraria formava una massa continua lunga circa 3000 mteri, larga 3,50 e alta 7 metri. I grossi massi, in pietra arenaria, di cui le mura sono formate, squadrati e sfaccettati perfettamente, rivelano la somma cura che i Greci mettevano in ogni loro opera. I greci di Tindari – uniti nella comunione dei passati dolori, forti nella speranza di un migliore destino e nella fede del proprio valore – composero un supremo magnifico sforzo che permise un’opera che pare impossibile ma che è vera nel fato storico che la vide e l’ammira. La relativa conservazione di ciò che resta di questa colossale opera si deve alla natura dei materiali, alla robustezza del lavoro e alla tecnica d’esecuzione.

Il Teatro

Gli avanzi di quest’opera (che sorge nella zona archeologica) ci indicano chiaramente quanto elevato sia stato il grado di civiltà ed opulenza raggiunta dalla splendente città.

Di questo teatro – immeritatamente poco conosciuto per lo stato di totale abbandono in cui è rimasto per tanti secoli, quasi coperto da terra, erbe e selvatici arbusti tra un rottame e l’altro – abbiamo qualche rara illustrazione del secolo scorso dovuta all’appassionata opera di qualche studioso, soprattutto straniero, qualcuno fra i quali, ricavandone una certa convinzione, ha affermato che il teatro fosse opera dei Romani. Ma tale affermazione manca di verosimiglianza in quanto balzano evidenti le caratteristiche fondamentali dell’opera che sono essenzialmente greche, mentre d’origine romana sono senz’altro le aggiunte ed i restauri.

Infatti, fabbricato secondo i gusti e i bisogni dei primi, il teatro era di costruzione esclusivamente greca (forse della metà del V sec. a. C., ossia ai tempi di Timoleonte), e se dopo la conquista romana - per abbellirlo o ripararlo vi s’apportarono aggiunte o sovrapposizioni, o per rifare quanto qualche terremoto aveva rovinato – si ricostruì sia pure quasi per intero, non si può dire fosse di costruzione romana.

Aggiunta romana era certamente il portico insieme ad altre parti tuttora esistenti in opera laterizia, ma i caratteri fondamentali primitivi sono dovuti indiscutibilmente all’arte insigne che dette alla Sicilia i teatri di Siracusa, Taormina e Catania (fra i maggiori).

Il teatro fu costruito sfruttando la naturale conformazione della collinetta ad arco, nella felice posizione, sopra un terrazzo aperto sull’incantevole scena del Tirreno con le Isole Eolie emergenti dalle turchine acque del Golfo di Patti. Sul pendio di questo scoscendimento gli architetti greci ricavarono la cavea, dividendola in undici cunei, con dieci scalette, e collocandovi trentaquattro file di gradini (i sedili), che presentavano un’altezza di cm. 40 ed una profondità di 70. La capienza del teatro superava i tremila posti.

In età imperiale il teatro fu interamente rimaneggiato per adattarlo a giochi circensi (incontri di lotta). La cavea fu certamente circondata da un muro; l’orchestra fu trasformata in arena, abbassandone il livello e sopprimendo i quattro gradini inferiori di ogni cuneo. Il palcoscenico fu soppresso; al suo posto si costruì la scena del teatro a due piani con molte colonne, ma di questa rimane soltanto una parte delle fondamenta ed un arco restaurato nel 1939.

Villa romana

Nell’area urbana è stata scavata, tra il 1949 ed il 1964, un’intera “insula” con tratti delle strade (cardini e decumani) che la fiancheggiano. Adagiata sul digradante pendio, i diversi edifici che la costituivano s’estendevano sui ripiani a diversi livelli.

Sul decumano inferiore s’aprivano sei “tabernae”, tre delle quali costituite da un solo ambiente, le rimanenti con ampio retrobottega. Sul ripiano sovrastante trovava posto una ricca abitazione con atrio-peristilio quadrato a dodici colonne, con impluvio e costerna al centro, in asse col quale era il grande salone, il “tablinium”, facente corpo unico con le ali. In questa stanza – lunga 8 metri e larga 4,60 – le pareti conservano ancora l’antico intonaco.

Questa – costruita in “Opus Signinum” e a disastrato (ma anche con qualche bel mosaico) nel I secolo a. C. – s’arricchì nel I secolo d. C. di nuovi pavimenti musivi. Su un terzo ripiano trovava posto un’altra abitazione consimile, avente all’ingresso due colonne con capitelli in terracotta di stile corinzio-italico. Le basi di queste due colonne, costruite con grossi mattoni rotondi, indicano appunto l’ingresso che dava sulla via principale della città antica. L’atrio aveva un porticato a due piani, così come a due piani era la casa.

Il nucleo principale della villa è costituito da un ampio peristilio con portico. Quest’interessante complesso architettonico – costituito da ampie stanze tutte pavimentate a mosaico, ancora in discreto stato di conservazione (perché rimaste per diverse centinaia d’anni interrate e del tutto ignorate) – è una chiara testimonianza del lusso degli abitanti della villa.

Ginnasio o Basilica

Questo edificio deve essere certamente datato dai primi anni della conquista romana, quando le costruzioni ad arco – sconosciute dai greci – erano nel massimo favore degli architetti romani, i quali, dal V secolo della Repubblica in poi, ne fecero le più estese applicazioni.

L’arco è invenzione romana e la tradizione lo attribuisce a Democrito.

È costruito totalmente con grossi massi, perfettamente squadrati, di pietra arenaria, la stessa con la quale erano costruiti tutti gli edifici della città. E non esistendo documenti che ci possano rivelare l’uso cui era destinato, rimane il dubbio se si tratti di una “Basilica” o di un “Gymnasium” (così come lo indica la tradizionale credenza).

Della prima avrebbe solo in parte la funzione, quale locale per pubbliche riunioni, ma non ha la forma classica; del secondo avrebbe anche la funzione quale luogo per gli esercizi atletici.

Per alcuni le tre arcate centrali corrisponderebbero alle tre navate del tempio, chiamandolo perciò Basilica. Tale ipotesi è però poco attendibile, considerando che le tre navate dei templi antichi erano comunicanti, mentre l’edificio presenta le parti perfettamente separate.

Per altri trattasi invece di un Ginnasio, l’edificio citato da Cicerone, dove cioè si eseguivano i ludi ginnici. Per essi le tre parti – separate e non comunicanti – sarebbero tre distinti ambienti destinati a tre squadre antagoniste, che dovevano necessariamente restare separate durante i preparativi per i giochi (vestizioni, massaggi, ecc.).

Ma, dopo recenti restauri, l’edificio presenta un fronte costituito non da tre ma da cinque archi (in effetti quattro, del mancante, il primo, s’intuisce la presenza) ed un mozzicone di un piano superiore, i quali fanno supporre che né di Basilica né di Ginnasio si tratti, ma di un edificio di ben altra natura e destinazione: un “propileo monumentale”. Tale ipotesi sarebbe avvalorata dall’arco centrale, corrispondente ad una galleria a copertura della strada principale della città al suo sbocco sull’agorà (la piazza principale); i due laterali a questo, corrispondenti a due locali coperti su due strade laterali; ed infine i due estremi – per la presenza di gradini – accessi, mediante scale, al piano superiore o ad un cavalcavia.

Al di là delle ipotesi avanzate circa la funzione di questa architettura, l’appassionata opera degli studiosi non ha potuto sino ad oggi dare la giusta definizione a questo interessantissimo monumento, unico nel suo genere per le linee architettoniche, la planimetria e le caratteristiche strutturali.

Il santuario della madonna nera

All’estremità orientale del promontorio, dov’era l’acropoli dell’antica Tyndaris col superbo tempio di Cibele, sorge oggi – a strapiombo sul mare – il nuovo Santuario della Madonna Nera.

Le furie devastatrici, abbattutesi e succedutesi come turbini furiosi su questo colle, non hanno potuto rompere e spazzare via qualcosa che non era materia: la fede cristiana, a cui Tindari si è aggrappata come ancora di salvezza e di conforto nei suoi tristi giorni della sventura.

Tindari, del resto, fu una delle prime colonie romane ad abbracciare la nuova fede, la voce di Gesù, che veniva diffusa nell’isola (prima fra le province romane) per bocca degli apostoli Pietro e Paolo.

Scomparsa che fu la vita su questo promontorio, quando ormai l’oblio regnava assoluto sulle rovine della città morta, in quel mesto silenzio umili mani di frati – raccogliendo i miseri avanzi di quello che era stato il superbo tempio di Cibale sulla splendente acropoli – edificarono la prima chiesetta di Tindari, qui trovò il suo altare la taumaturgica statua di una Madonna Nera.

Sorse così il primo famoso santuario; quello nuovo, il grande e moderno santuario, è sorto accanto a quello antico inglobandolo.

Marinello: “il mare secco”

A ridosso del promontorio di Tindari, si trova Marinello: una serie di strani ed invitanti laghetti (dalle limpide acque, ove il mare è perennemente calmo e la sabbia delle spiagge è soffice e vellutata), che il dinamismo del bacino eoliano cambia continuamente, specie quando sull’arenile si abbattono violente le mareggiate.

Sono molte le leggende riguardanti questo posto e il fenomeno ad esso connesso.

La leggenda racconta, infatti, che “una signora venuta da un lontano paese con una bambina, per adorare la Vergine che immaginava bella, dal volto divino e soffuso da verginale candore, rimase delusa quando vide che l’effigie miracolosa offerta alla sua venerazione aveva al volto il colore bronzato di un’etiope; adempiuto a malincuore il voto, uscì sulla terrazza ove, pel disappunto provato, proruppe sdegnata: la vista di una schiava negra non valeva davvero il disagio del lungo cammino. Appena proferita l’irriverente invettiva la bambina che ella aveva in braccio cadde nel vuoto sottostante e – nell’attimo che il volo compivasi – il mare si ritrasse; ov’era l’onda muggente sottentrò un breve tratto di spiaggia arenosa e lì salva e sorridente, fu trovata la bambina. La madre credette allora alla divina possanza della schernita Madonna e – per attestare il miracolo – mai più d’allora il mare ricoperse il luogo ov’esso avvenne”.

Oltre a questa leggenda, l’arenile è legato storicamente alla morte di un Pontefice. Il greco Sant’Eusebio, eletto Papa il 18 aprile del 310, è stato il primo Papa ad essere venuto in Sicilia, esiliatovi dall’imperatore Massenzio e morto il 17 agosto, appena quattro mesi dopo il suo arrivo, proprio su questa spiaggia.

Leggende a parte, la scienza spiegherebbe diversamente il formarsi della strana spiaggia a ridosso del promontorio roccioso. La lenta emersione delle terre costiere geologicamente nell’era terziaria e l’accumularsi dei materiali d’alluvione proveniente dai colli sovrastanti – concorrendovi inoltre il dinamismo della costa – a tali fenomeni è certamente dovuta l’esistenza del mare secco, l’arenile di Tindari.

La limitata importanza del fenomeno, se studiato dal punto di vista locale, poco ha attirato l’attenzione degli studiosi. Forse avanzi di costruzioni portuali e di navi (qui vi era il porto di Tyndaris), coperti da sedimenti, hanno determinato l’attuale arenile.

Sempre in questo precipite costone, sopra le sinuose sabbie dei laghetti di Marinello, vi è una grotta, pressoché inaccessibile, dove un’antichissima leggenda vuole che abitasse una maga incantatrice (similmente alla Circe ed alle sirene d’Omero) che, dopo aver adescato gli ignari naviganti col suo canto sublime, li avrebbe finiti divorandoli orrendamente. Ma pochissimi riuscivano a raggiungere il sito dell’ammaliatrice, respinti com’erano dall’asperità del costone; per cui la maga ne rimaneva infuriata.

È molto interessante di questa grotta il numero esteso di stranissimi fori lungo le pareti della dura roccia. Si tratta di fori perfettamente identici sia nella profondità che nel diametro, come può fare oggi soltanto un trapano a percussione usando all'istesso modo la medesima punta. Il mistero di questi strani fori – della cui natura non c’è una logica, materiale, spiegazione – ha rafforzato il mito dell’esistenza della maga incantatrice (di nome Donna Villa), suggerendo che altro non sarebbero se non le impronte della sua esistenza. Essa, infatti, secondo la leggenda, allorquando le sfuggiva una preda, sfogava la sua immensa rabbia contro le pareti della grotta affossandovi, con tutta la sua forza, le dita delle sue mani.
 
Commenti
  1. smart
    smart
    03 aprile 2006

    Non sapevo dell'esistenza dei fori, pure essendoci stato parecchie volte

  2. massimo71
    massimo71
    04 aprile 2006

    smart hai qualche consiglio da darmi ?

 
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